DI FRONTE AL FUTURO:
GLI UOMINI, LE DONNE E IL LORO PIANETA

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(foto di N. Galante)

POPOLAZIONE E AMBIENTE
(a cura di Luigia Di Girolamo) 

5.1  Introduzione

5.2  Anche l'ambiente ha una storia 
Tempi antichi, danni antichi  

5.3  Le catastrofi del nostro tempo: la scomparsa delle foreste
Per la sopravvivenza, per soldi, per moda

5.4   La fine della creazione
Cresce la popolazione umana: scompare lo spazio degli esseri viventi

5.5  L'aria che respiriamo
Smog, piogge acide, riscaldamento globale

5.6  C'è ancora tempo per agire
Salviamo l'ambiente e l'economia


 

5.1  Introduzione                                         

 

Con l’inizio del nuovo millennio, l'impatto dell’uomo sull’ambiente è sempre più evidente e diffuso. Quasi il 40% della superficie terrestre è ormai adibito ad agricoltura e a pascolo permanente, e metà delle foreste tropicali sono state distrutte o danneggiate. Interi ecosistemi di acqua dolce e salata sono stati profondamente degradati da scarichi chimici, dallo scarico di liquami e da perdite di petrolio. Lo strato di ozono ha subito danni consistenti, e le emissioni di anidride carbonica causano smog e piogge acide e contribuiscono al riscaldamento globale e al cambiamento climatico; e si calcola che ogni ora tre insostituibili specie animali e vegetali si estinguano.


Foreste pluviali bruciate per essere destinate a pascolo. 
(Foto F.A.O.)

Alla base del problema è la rapida crescita della popolazione e lo stile di vita insostenibile e consumistico che alcuni di noi scelgono di adottare. 
Nel mondo in via di sviluppo l’ambiente è sottoposto a sempre maggiori pressioni da parte degli abitanti, che vogliono assicurarsi almeno la pura sopravvivenza, mentre le abitudini consumistiche del mondo industrializzato - specialmente degli Stati Uniti e del Canada - dilapida le risorse più preziose, lasciandosi dietro una scia di residui tossici.

 

L'ambiente e la sicurezza globale

"E’ ora di capire che le questioni ambientali rappresentano ormai il principale problema di sicurezza che ci troveremo ad affrontare nei primi anni del XXI° secolo. 
L'impatto politico e strategico di popolazioni sempre crescenti è causa di diffusione di malattie, deforestazione, erosione del suolo, sfruttamento dell’acqua, inquinamento dell’aria e, forse, contribuisce ad aumentare il livello del mare in regioni sovraffollate come il Delta del Nilo ed il Bangladesh;  tutto ciò provocherà migrazioni di massa e, di conseguenza, conflitti fra popolazioni diverse; queste saranno le vere sfide che la politica dovrà affrontare, cercando di risvegliare nei popoli la consapevolezza di problemi che parevano dimenticati dopo la fine della Guerra Fredda. 
Nel XXI secolo le scorte d’acqua diventeranno insufficienti in zone molto diverse del Pianeta, come l’Arabia Saudita, l'Asia centrale e il sud- ovest degli Stati Uniti; tra Egitto ed Etiopia potrebbe scoppiare una guerra per il possesso delle acque del fiume Nilo. 
Perfino in Europa emergono tensioni tra Ungheria e Cecoslovacchia a causa di una diga nel Danubio, un caso classico di come dispute sull’ambiente si sommano a vecchie dispute etniche e storiche."
 
Da "The Coming Anarchy" (L'Anarchia prossima ventura) di Robert Kaplan, the Atlantic Monthly, Febbraio 1994 

 

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5.2

Anche l'ambiente ha una storia...

Tempi antichi, danni antichi        

La distruzione di ecosistemi locali da parte degli esseri umani non è un fatto nuovo né insolito: fin dall'inizio della sua storia l'umanità ha inflitto danni significativi all’ambiente. L'uomo aveva già iniziato ad incendiare le savane dell’Africa almeno 50.000 anni fa e a disboscare le foreste in Nuova Guinea 30.000 anni fa; gli incendi delle foreste al fine di creare un habitat adatto ai daini iniziarono in Gran Bretagna poco dopo la fine dell’Era Glaciale.
La caccia ha provocato l’estinzione su larga scala di "megafauna" (grandi mammiferi)  in America settentrionale, in America del sud e in Australia.  Si calcola che molto prima dell’arrivo degli Europei circa l'86% di specie di grandi animali fossero già sparite in Australia e circa l’80% di grandi mammiferi fossero già scomparsi in Sud America. In Nord America i 2/3 dei grandi mammiferi presenti quando arrivarono i primi esseri umani si sono poi estinti. 
Questo fu dovuto in parte anche al cambiamento climatico, poiché la fine dell’Era Glaciale provocò una trasformazione della vegetazione da tundra a foresta, ma i cacciatori dell’Età della Pietra devastarono le specie sopravvissute. Tre specie di elefanti scomparvero (compresi i mammut dalla pelliccia lanosa), insieme a sei specie di edentati giganti (bradipi e armadilli), 15 ungulati (mammiferi muniti di zoccoli) e numerosi roditori e carnivori giganti. 
Durante il Neolitico, gli uomini iniziarono a superare i limiti imposti della natura in un nuovo modo: le società divennero sedentarie, e costruirono quindi città e nazioni, aumentando anche le loro necessità e il conseguente impatto sull’ambiente. E, molto spesso, il declino di queste società fu causato dalla distruzione del loro stesso ambiente. 
Normalmente le culture nascevano e fiorivano grazie alla disponibilità di risorse fondamentali: se la quantità di cibo era soddisfacente e la ricchezza aumentava, la popolazione cresceva. Una popolazione più numerosa aveva bisogno di sfruttare le risorse in modo più intensivo, fino al loro esaurimento: quando le risorse fondamentali non erano più in grado di crescere a ritmi sufficientemente veloci, le civiltà morivano. 
Un esempio è rappresentato dall’antica civiltà mesopotamica (che si trovava tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove attualmente c’è l’Iraq), dove fu inventata la scrittura.  Le città-stato della Mesopotamia prosperarono grazie a terreni fertili e ad abbondante acqua per l’irrigazione. Man mano che la produzione agricola cresceva, anche la popolazione aumentava; per sfamare una popolazione sempre più numerosa - e per mantenere gli apparati dello stato, compresi l’esercito e l’amministrazione - i campi furono espansi e coltivati in modo sempre più intensivo. 
Alla fine, quando furono raggiunti i limiti della terra coltivabile, fu necessario aumentare il raccolto per aumentare la produzione di cibo. Per cercare di nutrire tutta quella numerosa popolazione, i contadini irrigavano eccessivamente i loro campi, e alla fine i terreni diventarono troppo salati per la coltivazione. Così quella che era stata un tempo una potente civiltà scomparve e la sua popolazione si disperse.
La vasta ed elaborata cultura dei Maya del Centro America potrebbe essere sparita a causa della pressione esercitata sull'ecosistema dalla crescita della popolazione. I Maya, che ora vengono ricordati soprattutto per le loro magnifiche piramidi e templi, dipendevano dal raccolto del mais. 

El Castillo, la grande piramide di Chichén Itzà, Messico.
La pressione di una popolazione crescente, insieme alla relativa fragilità dell'ecosistema, hanno giocato un ruolo significativo nel declino della civiltà Maya.
(foto di N. Galante)

Fino a quando la popolazione restò dentro la "capacità di portata" della regione, il mais poteva essere coltivato disboscando piccole parti di giungla, seminandolo poi per una o due stagioni e spostandosi continuamente prima che il suolo diventasse completamente improduttivo. 
La giungla invadeva nuovamente il campo e nel giro di qualche decennio il ciclo poteva ripetersi.  

Man mano che la civiltà prosperava e la popolazione aumentava, i Maya furono costretti a coltivare in modo sempre più intensivo, disboscando zone sempre più estese e seminandole più frequentemente. Il risultato fu la perdita di fertilità del terreno, causata dall'esaurimento dei nutrienti e dall’erosione. La diminuzione dei raccolti, insieme ad una cronica scarsità d’acqua, aggravati da una popolazione sempre più numerosa, furono probabilmente le cause che condussero al collasso le culture Maya delle pianure meridionali nel tardo periodo Classico. La carestia causata dalla sovrappopolazione e dal degrado ambientale potrebbe essere stata la forza scatenante anche delle guerre tra diverse città che caratterizzarono il periodo Postclassico nelle pianure settentrionali. 
Ancor prima dell'arrivo degli spagnoli, i Maya avevano già abbandonato la maggior parte delle loro straordinarie città e si erano dispersi. 

Moai dell'Isola di Pasqua

Forse il più drammatico e meglio documentato esempio di sovrappopolazione che distrusse l’ambiente locale - e di conseguenza la cultura che ne dipendeva - è l’Isola di Pasqua. 
Questa piccola isola nel sud dell’Oceano Pacifico, conosciuta soprattutto per le sue enormi statue scolpite in pietra, dette moai, fu colonizzata da navigatori polinesiani intorno al 500 d.C. 
La loro cultura fiorì per molte centinaia di anni, grazie alle notevoli risorse dell'isola, che aveva folte foreste e fauna abbondante. 
Ma verso il 1.500 la crescita della popolazione causò il superamento della "capacità di portata" dell’isola: ciò provocò deforestazioni, esaurimento della produttività del suolo e l'estinzione di molte specie.
Quando gli Europei arrivarono nell’isola, agli albori del XVIII° secolo, essa era già completamente priva di alberi e sterile e la cultura era scomparsa. 
Gli abitanti rimasti - ridotti di 2/3 rispetto ai livelli massimi precedentemente raggiunti - combattevano tra loro senza sosta per accaparrarsi le ultime risorse rimaste e praticavano il cannibalismo.


Una nuova Mesopotamia

Il fallimento della civiltà mesopotamica circa 4.000 anni fa, dovuto all’aumento della popolazione e al degrado ambientale, si riflette oggi in scala minore nelle 5 maggiori oasi d’Egitto. 
L’Egitto è il paese più popoloso dell’Africa settentrionale (con oltre 66 milioni di abitanti) e cresce con un ritmo tale che, se mantenuto costante, lo porterà a raddoppiare la sua popolazione in meno di 30 anni. 
Come possibile rimedio a questa crescita, il governo ha promosso dei progetti per spostare una parte della popolazione dall’affollata valle del Nilo alle oasi del deserto. 
Purtroppo, i contadini del Nilo si sono portati con loro le proprie tradizionali tecniche agricole, come ad esempio l’irrigazione per allagamento nel momento della piena e colture che richiedono un uso intensivo dell'acqua, come il riso. 
In mancanza di una fonte d’acqua rinnovabile come il Nilo, questi metodi agricoli hanno abbassato in modo significativo il livello delle falde acquifere delle oasi del Kharga ed ora minacciano anche quello dei Siwa. 
Intorno a Farafra, la popolazione è quasi triplicata in soli 3 anni a causa dell'immigrazione, e le aree coltivate intorno alle oasi sono aumentate di più di 7 volte. 
Questa combinazione ha aumentato a dismisura il bisogno d'acqua; l’irrigazione per allagamento causa l'aumento della concentrazione di sali nel suolo, poiché per le alte temperature del deserto l’acqua evapora e lascia nel suolo sali minerali. 



Studenti egiziani vendono canestri di paglia ai passanti al termine delle lezioni
(foto di E. Menegon)

La normale soluzione a questo problema è la coltivazione a maggese - lasciare al terreno dei periodi di riposo, in modo tale che la natura lo rigeneri: ma, come nell’antica Mesopotamia, anche nel moderno Egitto ciò è impossibile, a causa dei bisogni di una  popolazione sempre crescente. Poiché la salinazione ruba gradualmente alla terra la sua  produttività, vaste aree di terreni coltivabili una volta fertili intorno a Kharga si sono trasformate in deserto. 
Gli storici hanno riscontrato lo stesso fenomeno descritto dagli scriba mesopotamici intorno al 2000 a.C.: a causa degli accumuli di sale, i campi si erano inariditi e "la terra era diventata bianca."


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5.3  Le catastrofi del nostro tempo: la scomparsa delle foreste

Per la sopravvivenza, per soldi, per moda       

La storia dell’Isola di Pasqua dimostra che il declino delle foreste non è affatto un fenomeno moderno; ma ciò è che tipico del nostro tempo è il ritmo e l’estensione della deforestazione mondiale. Agli inizi di questo secolo, le foreste ricoprivano circa il 40% dell’area totale terrestre. Oggi, quelle stesse foreste ricoprono meno del 27%, circa 1/3 in meno. Nelle zone in via di sviluppo, dove la pressione della popolazione ha accelerato il disboscamento per ottenere terre per l'agricoltura e legna da ardere, è ormai scomparso il 50% delle foreste. 
La distruzione delle foreste - temperate e boreali, non solo tropicali - provoca una serie di problemi ambientali. 

La foresta pluviale di Monteverde, in Costarica.
Il Costarica protegge attualmente il 27% del proprio territorio, e il 
turismo ecologico rappresenta la seconda fonte di reddito del Paese.
Anche se non mancano i problemi, l'approccio conservazionistico 
del Costarica dimostra come la protezione della natura possa
diventare in sé stessa un'occasione di sviluppo e di benessere 
per le popolazioni locali. 
(Foto di N. Galante)

Infatti, le foreste aiutano a regolare l’ammontare di ossido di carbonio (il principale gas responsabile dell'effetto serra) nell’atmosfera. Man mano che le foreste vengono tagliate, non solo si riduce la capacità del pianeta di assorbire l'anidride carbonica, ma la stessa anidride carbonica contenuta negli alberi viene rilasciata nell’atmosfera. 
Le foreste aiutano inoltre a stabilizzare le condizioni atmosferiche locali e globali. Le deforestazioni su larga scala sono responsabili di cambiamenti nell'andamento stagionale del tempo atmosferico, come pure dell'erosione del suolo e dell’aumento dei detriti fluviali. 
Ormai appare certo che l’aumento delle inondazioni in India e Bangladesh sia stato causato dalla deforestazioni nelle montagne dell’Himalaya, dove nascono molti dei fiumi del sub-continente indiano. 
Recenti inondazioni disastrose in Cina e Honduras sono sempre collegate al fenomeno della deforestazione. 

Le specifiche cause della deforestazione variano da regione a regione, ma il motivo principale è semplice: aumentando il numero degli abitanti, aumenta di conseguenza la richiesta di legno e prodotti derivati. 
Secondo uno studio approfondito realizzato dall’O.N.U., il 79% delle deforestazioni totali tra il 1973 e il 1988 sono il diretto risultato della crescita della popolazione.  
La causa principale della scomparsa delle foreste è il disboscamento al fine di adibire terreni all’agricoltura nelle regioni in via di sviluppo, e la seconda la raccolta di legna da ardere in quelle regioni, specialmente in Africa, dove il 90% della popolazione dipende dalla legna per cucinare e scaldarsi.


Trasporto di tronchi di teak in Birmania (Myanmar)
Questo legno veniva in passato impiegato per la costruzione dei velieri. Oggi costituisce probabilmente la seconda fonte di reddito agricolo per un paese poverissimo, retto da una spietata dittatura militare.
(foto di N. Galante) 

La colpa, comunque non è tutta delle regioni meno sviluppate; infatti, anche se la deforestazione è più rapida nei Paesi in via di sviluppo, oltre metà del legno ricavato viene utilizzato nei Paesi industrializzati. 
Nel mondo sviluppato - dove le foreste temperate e boreali stanno comunque scomparendo sotto le seghe dei taglialegna a ritmi elevati - la raccolta del legname è la causa primaria della deforestazione. In Canada, ogni anno vengono tagliati più di un milione di ettari, mentre in Siberia il taglio annuale potrebbe raggiungere i 4 milioni di ettari - il doppio del Brasile.
Tutto ciò avviene a causa del modello di consumi tipico delle nazioni industrializzate, specialmente gli Stati Uniti e il Canada; infatti, gli Stati Uniti consumano da soli oltre 1/3 di tutta la carta prodotta nel mondo, la maggior parte della quale finisce in imballaggi e pubblicità. Un'enorme quantità di legno viene inoltre consumata dall'industria delle costruzioni, sia a causa dell'aumento della popolazione che per l'aumento dei consumi, e cioè per il fatto che gli americani ora vivono in case grandi quasi il doppio rispetto a quelle di 50 anni fa o occupano uno spazio residenziale più grande di 2 volte e mezzo. Inoltre, più di 10 milioni di americani posseggono due o più case, e negli Stati Uniti ci sono più centri commerciali che scuole superiori.

Svezia - Legname trasportato dai fiumi 
alle segherie. Le foreste occupano circa
 il 60 % del territorio svedese. Il taglio 
degli alberi avviene in maniera controllata,
 garantendo il ripristino e la ricostituzione 
delle foreste.
(foto di N. Galante)

Se l’attuale ritmo di crescita della popolazione e il modello di sviluppo continuano, la deforestazione aumenterà. E bisogna tener conto del fatto che si prevede che oltre il 95% della futura crescita della popolazione si verificherà nei Paesi in via di sviluppo, dove si trovano la maggior parte delle foreste tropicali e temperate. La povertà e la difficoltà di accesso a terra coltivabile, unite a insufficiente assistenza sanitaria, istruzione ed infrastrutture, che limitano le opzioni economiche, costringerà l’uomo a disboscare le foreste. 
Anche la distruzione di foreste temperate e boreali nelle regioni industrializzate continuerà se sempre più persone vivranno con stili di vita sempre più consumistici. 

Però queste tendenze possono essere invertite. Gli investimenti nel sociale, l'uso di tecnologie appropriate, l'istruzione e lo sviluppo sostenibile, insieme al rispetto dei diritti umani e la diminuzione dei consumi possono stabilizzare la popolazione; procedimenti più efficienti nella produzione e nella lavorazione possono ridurre la quantità di legname raccolta, mentre una politica economica che riconosca (e faccia pagare) il danno causato dalla deforestazione può ridurre la domanda di prodotti del legno. 

 

 

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5.4  La fine della Creazione 

Cresce la popolazione umana: scompare lo spazio degli altri esseri viventi   

Anche la biodiversità sta declinando in tutto il mondo, e, come la deforestazione, anche questo declino è chiaramente connesso all'attività umana. 
Ogni anno, circa 27.000 specie scompaiono per sempre - un tasso d’estinzione pari a quasi tre piante, animali, insetti, o microrganismi ogni ora. In effetti, le specie stanno sparendo così velocemente che molte non vengono nemmeno classificate con un nome, e ancora meno studiate e capite, prima che si estinguano per sempre. 
A tale ritmo, gli scienziati stimano che circa 1/5 di tutte le forme di vita sulla Terra scompariranno nei prossimi 30 anni (nessuno sa con certezza quante specie abitino la Terra: le stime vanno da meno di 4 milioni a più di 100. I tassi d’estinzione sono stati oggettio di stime diverse, che partono da un minimo di 6.000 specie fino ad un massimo di 60.000, o addirittura 90.000 all'anno). 
Le principali minacce alla biodiversità provengono dalla densità di esseri umani e dal loro comportamento; man mano che le foreste pluviali vengono distrutte, il biotopo che abita i loro bacini idrografici - che comprende circa metà di tutte le specie del pianeta - viene distrutto; man mano che le terre umide vengono bonificate e prosciugate per farne pascoli e aree residenziali, altre specie si estinguono; molte specie di insetti utili vengono uccise dall’uso di pesticidi, mentre pratiche agricole intensive e dipendenti dai prodotti chimici e dalla meccanizzazione distruggono funghi e microrganismi che popolano il suolo. E, quando l’uomo introduce specie da altre aree geografiche, quelle native spesso non riescono a  competere con successo per le risorse, o diventano prede delle nuove specie. 

Probabilmente, la correlazione più evidente  fra dimensione della popolazione e l’estinzione delle specie è quella tra densità abitativa e habitat delle specie selvatiche.

     Man mano che la popolazione umana aumenta, l'habitat per le altre specie diminuisce.

(fonte:  Facing the future, 2000 - elaborazione grafica: Flavia Palese) 

Secondo uno studio su 50 Paesi effettuato da Paul Harrison ("The Third Revolution", 1992) le aree con maggior densità di popolazione hanno anche il minore habitat naturale. Per esempio, paesi con densità minore a 294 abitanti/kmq (come gli Stati Uniti) hanno una media di 59% di habitat naturale, nazioni con densità sotto 379 abitanti/kmq hanno il 45% di media, mentre quelli con densità sopra il 454 persone/kmq hanno solo 1/3 del loro habitat originario; e i Paesi più densamente popolati - con una media compresa tra 1190 e 1180 abitanti/kmq – conservano a malapena il 15% del loro habitat naturale originario. 
Anche gli ecosistemi marini sono in declino, a causa di molteplici fattori, quali la deviazione delle acque e l‘inquinamento, la sedimentazione dovuta all’erosione del suolo a monte, la pesca eccessiva e l‘introduzione di nuove specie. Mentre le specie di terra ricevono più attenzione, quelle marine sono più varie e più minacciate: quasi la metà dei phyla naturali del nostro pianeta sono esclusivamente marini, e 31 dei 32 phyla animali conosciuti sono rappresentati in ambienti marini. Le specie marine forniscono una buona percentuale di proteine alla dieta umana, assorbono enormi quantità di CO2 e contengono potenzialmente sostanze utili alla medicina. Indicatori come la diminuzione del pescato e dei molluschi raccolti, l’estinzione di numerose specie d’acqua dolce e il declino delle barriere coralline dimostrano tutti che la crescente minaccia alla biodiversità marina è causata dall' attività umana.  


Madre natura non dà una seconda possibilità 

 

Nel 1996 the Word Conservation Union ha portato a termine la prima completa indagine sullo stato degli animali sulla Terra. Gli oltre 600 scienziati partecipanti hanno concluso che, delle specie studiate, ben il 34% dei pesci, il 25% dei mammiferi e anfibi, il 20% dei rettili e l’11% dei volatili sono in pericolo di estinzione. Un altro 5 - 14% delle specie appartenenti a questi gruppi sono "prossimi ad una situazione di pericolo". Il ritmo con cui le specie si estinguono è attualmente stimata da 100 a 1000 volte superiore al normale e sta crescendo in modo notevole.  "Il declino della salute dei vertebrati è soltanto uno degli indicatori di un declino più generale della natura stessa" ha detto John Tuxil, scrittore e ricercatore del WorldWatch Institute.

"Anche le piante, gli insetti, le lumache e molti altri organismi sono minacciati. Insieme, tutte queste forme di vita formano quella che gli scienziati chiamano biodiversità, cioè la ricca varietà di forme di vita che sta alla base di tutto, dalla produzione di cibo ai più importanti medicinali.  
Secondo il Worldwatch, "la causa principale del declino è la distruzione, da parte dell’uomo, delle antiche foreste, delle terre umide, delle macchie e di altri rigogliosi habitat. In tutto il mondo, oltre i 2/3 della superficie abitabile della Terra è stata  disturbata in modo significativo dalle attività umane. Quasi la metà delle 223 specie di primati esistenti al mondo sono minacciate, in gran parte a causa della loro dipendenza da grandi distese di foreste tropicali, un habitat sotto assedio in tutto il globo. Nei punti caldi della distruzione delle foreste, come il Madagascar, le foreste pluviali atlantiche del Brasile orientale e il Sud-est asiatico, circa il 70% delle specie di primati si trovano sull'orlo dell’estinzione." 

Scimmia Rhesus - Sri Lanka
(Foto N. Galante)


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5.5  L'aria che respiriamo

Smog, piogge acide, riscaldamento globale          

Il numero di esseri umani e le loro attività hanno un impatto negativo anche sull’atmosfera terrestre, a causa dell'emissione di sostanze inquinanti che causano smog, piogge acide e l’assottigliamento dello strato d’ozono. Questo fatto è chiaramente collegato al numero di esseri umani e alle loro attività perchè dipende soprattutto dall’emissione di sostanze inquinanti da parte di automobili e industrie. 
La produzione mondiale di veicoli ha raggiunto ora i 50 milioni di unità all'anno, mentre il numero totale di automobili circolanti in tutto il mondo supera i 500 milioni. Man mano che sempre più persone guidano sempre più automobili, e cresce quindi la domanda di energia prodotta dalla combustione di petrolio, carbone e gas naturale, le emissioni, e di conseguenza l’inquinamento atmosferico, aumenteranno ancora di più. L’aumento dei livelli d’emissione di anidride carbonica è inoltre causa di quella che potrebbe rivelarsi la più seria minaccia a lungo termine per l’umanità - il cambiamento climatico globale.

Traffico quotidiano in una via di Bangkok ... 
ma potrebbe essere una città qualsiasi in qualsiasi parte del mondo.
(foto di N. Galante) 

A livello locale, l’inquinamento si traduce in un degrado della qualità dell’aria, o smog. A Città del Messico- che ha una densità di abitanti doppia rispetto a quella di New York ed è la più grande fra le megalopoli dei Paesi in via di sviluppo - la qualità dell’aria è considerata la peggiore del mondo. In alcuni giorni, lo smog è così fitto che le industrie e le scuole sono obbligate a chiudere e le macchine circolano con i fari accesi. Infatti, respirare l’aria di Città del Messico - dove risiede circa il 20% della popolazione, in rapida crescita, del Messico - è come fumare due pacchetti di sigarette al giorno.
In Cina - dove l'energia per la rapida industrializzazione proviene prevalentemente da centrali elettriche a carbone - le città più grandi come Shenyang, Xian, Pechino, Shanghai e Guanzhou sono fra le 10 città più inquinate del mondo. In tutta la Cina, i casi di morte dovuti a problemi respiratori sono aumentati di circa il 25% negli ultimi dieci anni; a Xian, la capitale della provincia di Shaanxi, da parecchi anni ormai il numero di persone affette da problemi respiratori aumenta del 10% all'anno; a Shanghai, l’aria contiene 302 diversi tipi di prodotti chimici (di cui 1/3 cancerogeni) e si calcola che da 300 a 500 persone muoiano ogni anno a causa della scarsa qualità dell’aria. 
Negli Stati Uniti, l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente stima che circa 60.000 persone muoiano ogni anno per problemi respiratori causati all’emissione di polveri sottili, e una media di 14 persone muoiano ogni giorno di asma aggravata dall’inquinamento dell’aria - un aumento del 300% rispetto a 20 anni fa. L'inquinamento ha diminuito
la visibilità addirittura del 70% in alcune zone del Paese, ed ha degradato anche le zone più incontaminate: 1/3 della foschia presente nel Grand Canyon è il risultato dell’inquinamento di Los Angeles, come pure almeno 1/5 di quella del Parco Nazionale delle Montagne Rocciose, nei giorni in cui l’aria è inquinata. 
L’inquinamento atmosferico diventa evidente a livello locale quando si trasforma in piogge acide. Man mano che particelle inquinanti provenenti dalla combustione di combustibili fossili reagiscono con la luce del sole, l'ossigeno e l'umidità dell’atmosfera, si trasformano in nuovi composti: il biossido di zolfo diventa acido solforico e l’ossido di azoto, acido nitrico. Quando questi acidi, trasportati dall’aria, cadono sulla terra sotto forma di precipitazioni, possono uccidere i pesci nei laghi e nei torrenti, danneggiare foreste e raccolti, corrodere i metalli.
In Europa, l’ONU ha stimato che circa 1/4 di tutte le foreste sono state danneggiate dalle piogge acide, e in Gran Bretagna almeno la metà. Secondo l’Agenzia Nazionale Cinese per la Protezione dell'Ambiente, le piogge acide, generate dalle emissioni della combustione del carbone, cadono su oltre il 40% del Paese: a causa dei danni che provoca ai terreni coltivati, il biossido di zolfo è conosciuto come "il dio della morte trasportato dall’aria". 
A livello globale, l'inquinamento prende due forme diverse - l'assottigliamento dello strato di ozono e il riscaldamento globale- ognuna delle quali comporta pericoli precisi e nuove sfide per gli uomini e l'ambiente. 
L’assottigliamento dello stato d’ozono è causato principalmente dall’emissione di clorofluorocarburi, o CFC. Queste sostanze chimiche sono utilizzate di solito come fluidi nei sistemi di condizionamento dell'aria, propellenti per aerosol e solventi industriali; gli scienziati sono convinti che anche un solo atomo di cloro liberato nell’atmosfera possa distruggere oltre 10.000 atomi d’ozono. 
Malgrado il fatto che accordi internazionali abbiano limitato l’uso dei CFC dopo il 1996, il rilascio di questi composti nell’atmosfera continuerà per almeno altri 10 anni: alle nazioni in via di sviluppo è stato infatti concesso d utilizzarli fino al 2005, mentre le nazioni industrializzate hanno il permesso di produrre CFC per esportarli a quei Paesi. Del resto, anche alcune sostanze chimiche usate come sostituti dei CFC hanno degli effetti distruttivi ben conosciuti nei confronti dell'ozono, e la loro produzione ha appena iniziato a diminuire; inoltre, poiché i CFC possono probabilmente rimanere nell’atmosfera dai 50 ai 100 anni, la distruzione dello strato di ozono continuerà per molto tempo ancora dopo che la produzione del CFC sarà cessata. 
A causa dell'assottigliamento dello strato d’ozono, molte più radiazioni ultraviolette riescono a raggiungere la superficie della Terra, e gli scienziati ritengono che ciò possa causare danni a piante, mammiferi, insetti e uccelli; l’aumento dell’esposizione ai raggi ultravioletti può anche danneggiare il sistema immunitario umano ed ha un ben conosciuto effetto cancerogeno. 
Secondo l’Agenzia Americana per la Protezione dell’Ambiente, la degradazione dello strato d’ozono e la conseguente esposizione ai raggi ultravioletti causeranno, nei soli Stati Uniti, 12 milioni di casi di cancro alla pelle nei prossimi 50 anni; più di 200.000 di quei casi risulteranno fatali. 
Sono comunque il riscaldamento globale e il cambiamento climatico a rappresentare il più serio pericolo ambientale causato dall’inquinamento umano. Nonostante il fatto che i ritmi meteorologici mondiali non siano ben conosciuti, è ormai chiaro che la temperatura sta aumentando ovunque. I 10 anni più caldi da quando si è iniziato a raccogliere i dati sulle temperature sono tutti successivi al 1980, compreso l'anno più caldo mai registrato, il 1998. 
Le emissioni di anidride carbonica e la concentrazione nell'atmosfera di gas che provocano l'effetto serra hanno raggiunto livelli record proprio in questo periodo, poiché sempre più persone bruciano sempre più legna, carbone e derivati del petrolio. 
Ma, mentre gli effetti complessivi delle attività umane sul clima terrestre restano incerti, l’impatto negativo del riscaldamento globale è invece ben chiaro: l’aumento del livello del mare e disastri naturali come gli uragani minacciano i cittadini fisicamente ed economicamente; ondate di caldo che bruciano i raccolti, tempeste e inondazioni fuori stagione e siccità mettono in pericolo gli individui, le comunità e la sicurezza alimentare. Se la Terra continua a riscaldarsi e le calotte glaciali a sciogliersi, i livelli del mare saliranno e minacceranno le comunità costiere (dove è concentrata una grossa percentuale della popolazione mondiale) in tutto il mondo. 
Attualmente, i 1.2 miliardi di abitanti dei paesi industrializzati generano la maggior parte di emissioni di anidride carbonica, a causa dello stile di vita consumistico che hanno scelto; ma i Paesi in via di sviluppo contribuiscono già con oltre 1/3 del totale. Man mano che quei Paesi- dove avverrà la maggior parte della crescita della popolazione nelle prossime decadi - si svilupperanno, le loro emissioni aumenteranno in modo significativo. Basandosi sui  tassi di crescita prevedibili, il Fondo per la Popolazione dell’ONU afferma che i Paesi in via di sviluppo duplicheranno la loro emissione di monossido di carbonio entro il 2025. 

 

Ambiente e salute

Le città contengono minacce per la salute sconosciute agli ambienti rurali; il principale è l'inquinamento dell’aria e dell’acqua, causato dall'attività industriale, dai trasporti e dagli scarichi domestici. Nelle grandi metropoli, le concentrazioni di polveri sottili rappresentano un pericolo immediato per la salute: gli abitanti di Città del Messico e São Paulo del Brasile, per esempio, sono afflitti da disturbi respiratori e cardiovascolari causati dai livelli eccessivi di monossido di carbonio, ozono e polveri sottili.  A Città del Messico, l'avvelenamento da piombo causato dalle emissioni di automobili e camion è considerato responsabile di ritardo dello sviluppo mentale di 140.000 bambini, e dell’ipertensione di 46.000 adulti, di cui 330 muoiono ogni anno per infarto. Nel Cairo, le concentrazioni di piombo nell’aria sono 5- 6 volte maggiori della media mondiale, e il sangue dei bambini ha livelli di piombo da 3 a 5 volte più alti di quelli dei bambini delle campagne egiziane.

Da "Conditions Of Life In Urban Areas"  - The State Of World Population 1996, del Population Fund dell’ONU.


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5.6  C'è ancora tempo per agire

Salviamo l'ambiente e l'economia        

 

Ci si aspetta che la popolazione mondiale cresca di 80 - 85 milioni di persone ogni anno per almeno i prossimi 30 anni. Nello stesso tempo, sempre più nazioni, e quindi miliardi di persone in più, raggiungeranno più alti livelli di sviluppo economico, di produzione e consumi. Ciò provocherà, a sua volta, un aumento significativo dell’uso di risorse naturali ed energia. Naturalmente, tutte le nazioni e i loro abitanti hanno il diritto di migliorare il loro livello di vita, ma, se le attuali tendenze continuano, il danno all’ambiente sicuramente aumenterà ed accelererà. 

 



Elefanti a Etosha National Park - Namibia.  Una corretta e intelligente
 salvaguardia dell'ambiente naturale costituisce un'ottima fonte di reddito
per le popolazioni locali. Investire sui parchi naturali e sul turismo
ecologicamente compatibile rappresenta una scelta vincente 
per qualsiasi governo preoccupato del futuro delle nuove generazioni.
(Foto di N. Galante)   

La buona notizia è che possiamo proteggere il nostro mondo e la nostra sicurezza. Ma per fare ciò dobbiamo stabilizzare la popolazione, sviluppare sistemi energetici rinnovabili e non inquinanti e adottare tecnologie e pratiche produttive sostenibili. Questi traguardi non sono ne' difficili da un punto di vista tecnico ne' particolarmente costosi: potremmo fare tutto ciò con molto meno sforzo e denaro di quello che attualmente il mondo spende in armi e guerre e creando, nel processo, un'economia forte e sostenibile.
Ma, per poter raggiungere questo obbiettivo, dobbiamo definire e condividere la visione di un futuro positivo, sicuro e sano, ma, soprattutto, dobbiamo lavorare insieme per crearlo.

 

 

Cervi di Roosevelt a Yellowstone National Park (USA) 

(foto di N. Galante)


 

 


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