| GLI
UOMINI, LE DONNE E IL LORO PIANETA |
 |
|

Help me! Chipmunk - USA
(foto di N. Galante)
|
POPOLAZIONE
E AMBIENTE
(a
cura di Luigia Di Girolamo)
|
|
Con
l’inizio del nuovo millennio, l'impatto dell’uomo sull’ambiente
è sempre più evidente e diffuso. Quasi
il 40% della superficie terrestre è ormai adibito ad agricoltura e
a pascolo permanente, e metà delle foreste tropicali
sono state distrutte o danneggiate. Interi ecosistemi di acqua
dolce e salata sono stati profondamente degradati da scarichi
chimici, dallo scarico di liquami e da perdite di petrolio. Lo strato di ozono ha
subito danni consistenti, e le emissioni di anidride carbonica causano smog e piogge
acide e contribuiscono al riscaldamento globale e al cambiamento
climatico; e si calcola che ogni ora tre insostituibili
specie animali e vegetali si estinguano. |

Foreste pluviali bruciate per essere destinate a
pascolo.
(Foto F.A.O.)
|
|
Alla
base del problema è la rapida crescita della popolazione e lo stile di vita
insostenibile e consumistico che alcuni di noi
scelgono di adottare.
Nel mondo in via di sviluppo l’ambiente è sottoposto a sempre
maggiori pressioni da parte degli abitanti, che vogliono
assicurarsi almeno la pura sopravvivenza, mentre le abitudini
consumistiche del mondo industrializzato - specialmente
degli Stati
Uniti e del Canada - dilapida le risorse più preziose,
lasciandosi dietro una scia di residui tossici. |
|
L'ambiente
e la sicurezza globale
|
"E’
ora di capire che le questioni ambientali rappresentano ormai
il principale problema di sicurezza che ci troveremo ad
affrontare nei primi
anni del XXI° secolo.
L'impatto politico e strategico di popolazioni sempre
crescenti è causa di diffusione di malattie, deforestazione,
erosione del suolo, sfruttamento dell’acqua, inquinamento dell’aria e, forse,
contribuisce ad aumentare il livello del mare in regioni sovraffollate come il Delta del Nilo ed il
Bangladesh; tutto ciò provocherà migrazioni di massa e,
di conseguenza, conflitti fra popolazioni diverse; queste
saranno le vere sfide che la politica dovrà affrontare,
cercando di risvegliare nei popoli la consapevolezza di
problemi che parevano dimenticati dopo la
fine della Guerra Fredda.
Nel XXI secolo le scorte d’acqua diventeranno insufficienti in
zone molto diverse del Pianeta, come l’Arabia Saudita, l'Asia centrale e
il sud-
ovest degli Stati Uniti; tra Egitto ed Etiopia potrebbe
scoppiare una guerra per il possesso delle acque del fiume Nilo.
Perfino in Europa emergono tensioni tra Ungheria e
Cecoslovacchia a causa di una diga nel Danubio, un caso
classico di come dispute sull’ambiente si sommano a vecchie
dispute etniche e storiche."
Da "The Coming Anarchy"
(L'Anarchia prossima ventura) di Robert Kaplan, the Atlantic Monthly,
Febbraio 1994
|
|
|
5.2 |
Anche
l'ambiente ha una storia...
Tempi
antichi, danni antichi
|
|
|
La
distruzione di ecosistemi locali da parte degli esseri umani non
è un fatto nuovo né insolito: fin dall'inizio della sua storia
l'umanità
ha inflitto danni significativi all’ambiente. L'uomo aveva già iniziato
ad incendiare le savane dell’Africa almeno
50.000 anni fa e a disboscare le foreste in
Nuova Guinea 30.000 anni fa; gli incendi delle foreste al
fine di creare un habitat adatto ai daini iniziarono in Gran Bretagna poco dopo la fine dell’Era
Glaciale.
La caccia ha provocato l’estinzione su larga scala
di "megafauna" (grandi mammiferi) in America
settentrionale, in America del sud e in Australia. Si
calcola che molto prima dell’arrivo degli
Europei circa l'86% di specie di grandi animali fossero già sparite in
Australia e circa l’80% di grandi mammiferi fossero già scomparsi in
Sud America. In Nord America i 2/3 dei grandi mammiferi presenti
quando arrivarono i primi esseri umani si sono poi estinti.
Questo fu dovuto in parte anche al cambiamento climatico, poiché la fine dell’Era
Glaciale provocò una trasformazione della vegetazione da tundra a
foresta, ma i cacciatori dell’Età della Pietra devastarono
le specie sopravvissute. Tre specie di elefanti scomparvero (compresi
i mammut dalla pelliccia lanosa), insieme a sei specie di edentati
giganti (bradipi
e armadilli), 15 ungulati (mammiferi muniti di zoccoli) e
numerosi roditori e carnivori giganti.
Durante
il Neolitico, gli uomini iniziarono a superare i limiti imposti della natura in un nuovo
modo: le società divennero sedentarie, e costruirono quindi
città e nazioni, aumentando anche le loro necessità e il
conseguente impatto sull’ambiente. E, molto spesso, il declino di
queste società fu causato dalla distruzione del loro stesso ambiente.
Normalmente le culture nascevano e fiorivano grazie alla
disponibilità di risorse fondamentali: se la
quantità di cibo era soddisfacente e la ricchezza aumentava, la
popolazione cresceva. Una
popolazione più numerosa aveva bisogno di sfruttare le risorse in
modo più intensivo, fino al loro esaurimento: quando le risorse
fondamentali non erano più in grado di crescere a ritmi
sufficientemente veloci, le
civiltà morivano.
Un esempio è rappresentato dall’antica civiltà mesopotamica (che si
trovava tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove attualmente c’è l’Iraq),
dove fu inventata la scrittura. Le città-stato della
Mesopotamia prosperarono grazie a terreni fertili e ad abbondante acqua
per l’irrigazione. Man mano che la produzione
agricola cresceva, anche la popolazione aumentava; per sfamare
una popolazione sempre più numerosa - e per mantenere gli apparati dello
stato, compresi l’esercito e l’amministrazione - i campi furono
espansi e coltivati in modo sempre più intensivo.
Alla fine, quando furono raggiunti i
limiti della terra coltivabile, fu necessario aumentare il
raccolto per aumentare la produzione di cibo. Per cercare di nutrire tutta quella numerosa
popolazione, i contadini irrigavano eccessivamente i loro campi, e alla fine
i terreni diventarono troppo salati per la coltivazione. Così
quella che era stata un tempo una potente
civiltà scomparve e la sua popolazione si disperse.
La
vasta ed elaborata cultura dei Maya del Centro America potrebbe
essere sparita a causa della pressione esercitata sull'ecosistema dalla
crescita della popolazione. I Maya, che ora vengono ricordati soprattutto per le loro magnifiche
piramidi e templi, dipendevano dal raccolto del mais. |
|

El
Castillo, la grande piramide di Chichén Itzà, Messico.
La pressione di una popolazione crescente,
insieme alla relativa fragilità dell'ecosistema, hanno giocato un
ruolo significativo nel declino della civiltà Maya.
(foto di N. Galante)
|
|
|
Fino
a quando la popolazione restò dentro la "capacità di
portata" della regione, il mais poteva essere coltivato disboscando piccole
parti di giungla, seminandolo poi per una o due stagioni e spostandosi
continuamente prima che il suolo diventasse completamente
improduttivo.
La giungla invadeva nuovamente il campo e nel giro di qualche decennio il ciclo poteva
ripetersi.
Man mano che la
civiltà prosperava e la popolazione aumentava, i Maya furono costretti a coltivare
in modo sempre più intensivo, disboscando
zone sempre più estese e seminandole più frequentemente. Il
risultato fu la perdita di fertilità del terreno, causata dall'esaurimento
dei nutrienti e dall’erosione. La diminuzione dei raccolti, insieme ad una
cronica scarsità d’acqua, aggravati da una popolazione sempre più numerosa,
furono probabilmente le cause che condussero al collasso le culture
Maya delle pianure meridionali nel tardo periodo Classico. La
carestia causata dalla sovrappopolazione e dal degrado ambientale
potrebbe essere stata la forza scatenante anche delle guerre tra
diverse città che caratterizzarono il periodo Postclassico nelle
pianure settentrionali.
Ancor prima dell'arrivo degli spagnoli, i Maya avevano già
abbandonato la
maggior parte delle loro straordinarie città e si erano dispersi. |
|

Moai
dell'Isola di Pasqua |
Forse
il più drammatico e meglio documentato esempio di sovrappopolazione che distrusse l’ambiente locale -
e di conseguenza la cultura che ne dipendeva - è l’Isola di Pasqua.
Questa piccola
isola nel sud dell’Oceano Pacifico, conosciuta soprattutto per
le sue enormi statue scolpite in pietra, dette moai, fu colonizzata
da navigatori polinesiani intorno al 500 d.C.
La loro cultura
fiorì per molte centinaia di anni, grazie alle notevoli risorse
dell'isola, che aveva folte foreste e fauna abbondante.
Ma verso il 1.500
la crescita della popolazione causò il superamento della "capacità di portata" dell’isola:
ciò provocò
deforestazioni, esaurimento della produttività del suolo e l'estinzione di molte specie.
Quando gli Europei arrivarono nell’isola,
agli albori del XVIII° secolo, essa era già completamente priva di
alberi e sterile e la cultura era scomparsa.
Gli abitanti rimasti - ridotti
di 2/3 rispetto ai livelli massimi precedentemente raggiunti -
combattevano tra loro senza sosta per accaparrarsi le ultime risorse
rimaste e praticavano il cannibalismo. |
|
Una
nuova Mesopotamia
|
Il
fallimento della civiltà mesopotamica circa 4.000
anni fa, dovuto all’aumento
della popolazione e al degrado ambientale, si riflette oggi in
scala minore nelle 5
maggiori oasi d’Egitto.
L’Egitto è il paese più popoloso dell’Africa
settentrionale (con oltre 66 milioni di abitanti) e cresce con
un ritmo tale che, se mantenuto costante, lo porterà a
raddoppiare la sua popolazione in meno di 30 anni.
Come possibile rimedio a questa crescita, il governo ha
promosso dei progetti per spostare una parte della popolazione
dall’affollata
valle del Nilo alle oasi del deserto.
Purtroppo, i contadini del Nilo si sono portati con loro le
proprie tradizionali tecniche agricole, come ad esempio l’irrigazione
per allagamento nel momento della piena e colture che
richiedono un uso intensivo dell'acqua, come il
riso.
In mancanza di una fonte d’acqua rinnovabile come il Nilo,
questi metodi agricoli hanno abbassato in modo significativo il livello
delle falde acquifere delle oasi del Kharga ed ora minacciano anche quello
dei Siwa.
Intorno a Farafra, la popolazione è quasi triplicata in soli
3 anni a causa dell'immigrazione, e le aree coltivate
intorno alle oasi sono aumentate di più di 7 volte.
Questa combinazione ha aumentato a dismisura il bisogno
d'acqua; l’irrigazione per allagamento causa l'aumento
della concentrazione di sali nel suolo, poiché per le alte temperature del
deserto l’acqua evapora e lascia nel suolo sali
minerali. |
|

Studenti egiziani vendono canestri di paglia
ai passanti al termine delle lezioni
(foto di E. Menegon)
|
La normale soluzione a questo problema è la coltivazione a
maggese - lasciare al terreno dei periodi di riposo, in modo tale che la natura
lo rigeneri: ma,
come nell’antica
Mesopotamia,
anche nel moderno Egitto ciò è impossibile, a causa dei
bisogni di una popolazione sempre crescente. Poiché la
salinazione ruba gradualmente alla terra la sua produttività, vaste aree
di terreni coltivabili una volta fertili intorno a Kharga si sono trasformate in
deserto.
Gli storici hanno riscontrato lo stesso fenomeno descritto
dagli scriba mesopotamici intorno al 2000 a.C.: a causa degli
accumuli di
sale, i campi si erano inariditi e "la terra era diventata
bianca." |
|
|
5.3
Le
catastrofi del nostro tempo: la scomparsa delle foreste
Per
la sopravvivenza, per soldi, per moda
|
|
La storia
dell’Isola di Pasqua dimostra che il declino delle foreste non
è affatto un fenomeno moderno; ma ciò è che tipico del nostro
tempo è il ritmo e l’estensione della deforestazione mondiale. Agli inizi di questo secolo, le foreste ricoprivano circa
il 40% dell’area totale terrestre. Oggi, quelle stesse foreste
ricoprono meno del 27%, circa 1/3 in meno. Nelle zone in via di
sviluppo, dove la pressione della popolazione ha accelerato il
disboscamento per ottenere terre per l'agricoltura e legna da
ardere, è ormai scomparso il 50% delle foreste.
La distruzione delle foreste - temperate e boreali, non solo tropicali -
provoca una serie di problemi ambientali. |
|

La
foresta pluviale di Monteverde, in Costarica.
Il Costarica protegge attualmente il 27% del proprio
territorio, e il
turismo ecologico rappresenta la seconda fonte di reddito
del Paese.
Anche se non mancano i problemi, l'approccio
conservazionistico
del Costarica dimostra come la protezione della natura possa
diventare in sé stessa un'occasione di sviluppo e di
benessere
per le popolazioni locali.
(Foto di N. Galante) |
|
|
Infatti,
le foreste aiutano a regolare l’ammontare di ossido di
carbonio (il principale gas responsabile dell'effetto serra) nell’atmosfera. Man mano che le
foreste vengono tagliate, non solo si riduce la capacità del
pianeta di assorbire l'anidride carbonica, ma la stessa anidride
carbonica contenuta negli
alberi viene rilasciata nell’atmosfera.
Le foreste aiutano inoltre a stabilizzare le condizioni
atmosferiche locali e globali. Le deforestazioni su larga scala
sono responsabili di cambiamenti nell'andamento stagionale del tempo
atmosferico, come pure dell'erosione del suolo e dell’aumento dei detriti
fluviali.
Ormai appare certo che l’aumento delle inondazioni in India e Bangladesh
sia stato causato dalla deforestazioni nelle montagne dell’Himalaya,
dove nascono molti dei fiumi del sub-continente indiano. Recenti inondazioni disastrose in Cina e Honduras sono sempre
collegate al fenomeno della deforestazione. |
|
Le specifiche cause della
deforestazione variano da regione a regione, ma il motivo
principale è semplice: aumentando il numero degli abitanti,
aumenta di conseguenza la richiesta di legno e prodotti derivati.
Secondo
uno studio approfondito realizzato dall’O.N.U., il 79% delle
deforestazioni totali tra il 1973 e il 1988 sono il diretto risultato della crescita della popolazione.
La causa principale della scomparsa delle foreste
è il disboscamento al fine
di adibire terreni all’agricoltura nelle regioni in via di
sviluppo, e la seconda la raccolta di
legna da ardere in quelle regioni, specialmente in Africa, dove il
90% della popolazione dipende dalla legna per
cucinare e scaldarsi. |

Trasporto di tronchi di teak in Birmania (Myanmar)
Questo legno veniva in passato impiegato per la costruzione dei
velieri. Oggi costituisce probabilmente la seconda fonte di reddito
agricolo per un paese poverissimo, retto da una spietata dittatura
militare.
(foto di N. Galante)
|
|
La colpa,
comunque non è tutta delle regioni meno sviluppate; infatti, anche se
la deforestazione è più rapida nei Paesi in via di sviluppo, oltre
metà del legno ricavato viene utilizzato nei Paesi
industrializzati.
Nel mondo sviluppato - dove le foreste temperate
e boreali stanno comunque scomparendo sotto le seghe dei taglialegna a
ritmi elevati - la raccolta del legname è la causa primaria della
deforestazione. In Canada, ogni anno vengono tagliati più di un milione di ettari, mentre in
Siberia il
taglio annuale potrebbe raggiungere i 4
milioni di ettari - il doppio del Brasile.
Tutto ciò avviene a causa del modello di consumi tipico delle nazioni
industrializzate, specialmente gli Stati Uniti e il Canada;
infatti, gli Stati Uniti consumano da soli oltre 1/3 di tutta la
carta prodotta nel mondo, la maggior parte della quale
finisce in imballaggi e pubblicità. Un'enorme quantità
di legno viene inoltre consumata dall'industria delle costruzioni,
sia a causa dell'aumento della popolazione che per l'aumento dei
consumi, e cioè per il fatto che gli americani ora vivono in case
grandi quasi il doppio rispetto a quelle di 50 anni fa o occupano uno
spazio residenziale più grande di 2
volte e mezzo. Inoltre, più di 10 milioni di
americani posseggono due o più case, e negli Stati Uniti ci sono
più centri commerciali che scuole superiori. |
|

Svezia
- Legname trasportato dai fiumi
alle segherie. Le foreste occupano circa
il 60 % del territorio svedese. Il taglio
degli alberi avviene in maniera controllata,
garantendo il ripristino e la ricostituzione
delle foreste.
(foto di N. Galante) |
Se l’attuale ritmo di crescita
della popolazione e il modello di sviluppo continuano, la
deforestazione aumenterà. E bisogna tener conto del fatto che si
prevede che oltre il 95%
della futura crescita della popolazione si
verificherà nei Paesi
in via di sviluppo, dove si trovano la maggior parte delle foreste
tropicali e temperate. La povertà e la difficoltà di accesso a
terra coltivabile, unite a insufficiente assistenza sanitaria,
istruzione ed
infrastrutture, che limitano le opzioni economiche, costringerà l’uomo a disboscare le foreste.
Anche la distruzione di
foreste temperate e boreali nelle regioni industrializzate
continuerà se sempre più persone vivranno con stili
di vita sempre più consumistici.
|
|
Però queste tendenze possono essere
invertite.
Gli investimenti nel sociale, l'uso di tecnologie appropriate, l'istruzione e
lo sviluppo sostenibile, insieme
al rispetto dei diritti umani e la diminuzione dei consumi
possono stabilizzare la popolazione; procedimenti più
efficienti nella produzione
e nella lavorazione possono ridurre la quantità di legname raccolta,
mentre una politica economica che riconosca (e faccia pagare) il danno
causato dalla deforestazione può ridurre la domanda di prodotti
del legno. |
|
5.4 La
fine della Creazione
Cresce
la popolazione umana: scompare lo spazio degli altri esseri viventi
|
|
Anche
la biodiversità sta declinando in
tutto il mondo, e, come la deforestazione, anche questo declino è
chiaramente connesso all'attività umana.
Ogni anno, circa 27.000 specie scompaiono per sempre - un tasso d’estinzione
pari a quasi tre
piante, animali, insetti, o microrganismi ogni ora. In effetti, le
specie stanno sparendo così velocemente che molte non vengono nemmeno classificate con un nome,
e ancora meno studiate e capite,
prima che si estinguano per sempre.
A tale ritmo, gli scienziati
stimano che circa 1/5 di tutte le forme di vita sulla Terra
scompariranno nei prossimi 30 anni (nessuno sa con certezza
quante specie abitino la Terra: le stime vanno da meno di 4
milioni a più di 100. I tassi d’estinzione sono stati oggettio di
stime diverse, che partono da un minimo di 6.000
specie fino ad un massimo di 60.000, o addirittura 90.000 all'anno).
Le principali minacce alla biodiversità provengono dalla densità di esseri umani e dal loro
comportamento; man mano
che le foreste pluviali vengono distrutte, il biotopo che abita i
loro bacini idrografici - che comprende circa metà di
tutte le specie del pianeta - viene distrutto; man mano che
le terre umide vengono bonificate e prosciugate per farne pascoli
e aree residenziali, altre specie
si estinguono; molte specie di insetti utili vengono uccise dall’uso
di pesticidi, mentre pratiche agricole intensive e dipendenti dai
prodotti chimici e dalla meccanizzazione distruggono funghi e microrganismi che popolano il suolo.
E, quando l’uomo introduce specie da altre aree
geografiche, quelle native spesso non riescono a competere con
successo per le risorse, o diventano prede delle nuove
specie.
Probabilmente, la correlazione
più evidente fra dimensione
della popolazione e l’estinzione delle specie è quella tra
densità abitativa e habitat delle specie selvatiche. |
|
Man mano che la
popolazione umana aumenta, l'habitat per le altre specie diminuisce.
(fonte:
Facing the future, 2000 - elaborazione grafica: Flavia
Palese)
|
|
Secondo uno studio su 50
Paesi effettuato da Paul Harrison ("The Third
Revolution", 1992) le aree con maggior densità di
popolazione hanno
anche il minore habitat naturale. Per esempio,
paesi con densità minore a 294 abitanti/kmq (come gli Stati Uniti)
hanno una media di 59% di habitat naturale, nazioni con densità
sotto 379 abitanti/kmq hanno il 45% di media, mentre quelli con densità sopra il 454 persone/kmq hanno solo 1/3 del
loro habitat originario; e
i Paesi più densamente popolati - con una media compresa tra 1190 e 1180 abitanti/kmq – conservano a malapena il
15% del loro habitat naturale originario.
Anche gli ecosistemi marini sono in declino, a causa di molteplici fattori, quali la deviazione
delle acque e l‘inquinamento, la sedimentazione dovuta all’erosione
del suolo a monte, la pesca eccessiva e l‘introduzione
di nuove specie. Mentre le specie di terra ricevono più attenzione,
quelle marine sono più varie e più minacciate: quasi la metà dei phyla
naturali del nostro pianeta sono esclusivamente marini, e 31 dei 32 phyla
animali conosciuti sono rappresentati in ambienti marini. Le specie marine
forniscono una buona percentuale di proteine alla dieta umana, assorbono
enormi quantità di CO2
e contengono potenzialmente sostanze utili alla medicina. Indicatori come la
diminuzione del pescato e dei molluschi raccolti, l’estinzione di numerose specie d’acqua
dolce e il declino delle barriere coralline dimostrano tutti che la
crescente minaccia alla biodiversità marina è causata dall'
attività umana. |
|
Madre
natura non dà una seconda possibilità
|
Nel 1996 the Word
Conservation Union ha portato a termine la prima completa
indagine sullo stato degli animali sulla Terra. Gli oltre 600 scienziati
partecipanti hanno concluso che,
delle specie studiate, ben il 34% dei pesci, il 25% dei
mammiferi e anfibi, il 20% dei rettili e l’11% dei volatili
sono in pericolo di estinzione. Un altro 5 - 14% delle specie
appartenenti a questi gruppi sono "prossimi ad una situazione
di pericolo". Il ritmo con cui le specie si estinguono è
attualmente stimata
da 100 a 1000 volte superiore al normale e sta crescendo in
modo notevole. "Il declino della salute dei
vertebrati è soltanto uno degli indicatori di un declino più
generale della natura stessa" ha detto John Tuxil,
scrittore e
ricercatore del WorldWatch Institute. |
|
"Anche
le piante, gli insetti, le
lumache e molti altri organismi sono minacciati. Insieme,
tutte queste forme di vita formano quella
che gli scienziati chiamano biodiversità, cioè la ricca varietà
di forme di vita che sta alla base di tutto, dalla produzione di cibo
ai più importanti medicinali.
Secondo il Worldwatch, "la causa principale del declino è
la distruzione, da parte dell’uomo, delle antiche foreste,
delle terre umide, delle macchie e di altri
rigogliosi habitat. In tutto il mondo, oltre
i 2/3 della superficie abitabile della Terra è stata
disturbata in modo significativo dalle attività umane. Quasi
la metà delle 223 specie di primati esistenti al mondo sono
minacciate, in gran parte a causa della loro dipendenza da
grandi distese di foreste tropicali, un habitat sotto assedio
in tutto il globo. Nei punti caldi della distruzione delle foreste,
come il Madagascar, le foreste pluviali atlantiche del
Brasile orientale e il Sud-est asiatico, circa il 70% delle
specie di primati si trovano sull'orlo dell’estinzione."
|

Scimmia
Rhesus - Sri Lanka
(Foto N. Galante)
|
|
|
5.5
L'aria
che respiriamo
Smog,
piogge acide, riscaldamento globale
|
|
Il
numero di esseri umani e le loro attività hanno un
impatto negativo anche sull’atmosfera terrestre, a causa
dell'emissione di sostanze inquinanti che causano smog, piogge
acide e l’assottigliamento dello strato d’ozono. Questo
fatto è chiaramente collegato al numero di esseri umani e alle
loro attività perchè dipende soprattutto dall’emissione
di sostanze inquinanti da parte di automobili e industrie.
La produzione
mondiale di veicoli ha raggiunto ora i 50 milioni di unità all'anno,
mentre il numero totale di automobili circolanti in tutto il
mondo supera i 500 milioni. Man mano che sempre più persone
guidano sempre più automobili, e cresce quindi la domanda di energia prodotta dalla combustione
di petrolio, carbone e gas naturale, le emissioni, e di
conseguenza l’inquinamento atmosferico, aumenteranno ancora di
più. L’aumento dei livelli d’emissione di anidride carbonica è inoltre
causa di quella che potrebbe rivelarsi la più seria minaccia a lungo termine per l’umanità - il
cambiamento climatico globale. |
|

Traffico quotidiano in una via di Bangkok ...
ma
potrebbe essere una città qualsiasi in qualsiasi parte del mondo.
(foto di N. Galante)
|
|
A
livello locale, l’inquinamento si traduce in un degrado
della qualità dell’aria, o smog. A Città del
Messico- che ha una densità di abitanti doppia rispetto a
quella di New York ed è la più grande fra le megalopoli
dei Paesi in via di sviluppo - la qualità dell’aria è considerata
la peggiore del mondo. In alcuni giorni, lo smog è
così fitto che le industrie e le scuole sono obbligate a
chiudere e le macchine circolano con i fari accesi. Infatti,
respirare l’aria di Città del Messico - dove
risiede circa il 20% della popolazione, in rapida crescita, del Messico - è come fumare
due pacchetti di sigarette al
giorno.
In Cina - dove l'energia per la rapida industrializzazione
proviene prevalentemente da centrali elettriche a carbone - le città più
grandi come Shenyang, Xian, Pechino, Shanghai e Guanzhou sono
fra le 10 città più inquinate del mondo. In tutta la Cina, i
casi di morte dovuti a problemi respiratori sono aumentati di circa il 25%
negli ultimi dieci anni; a Xian, la capitale della provincia
di Shaanxi, da parecchi anni ormai il numero di persone affette
da problemi respiratori aumenta del 10% all'anno; a Shanghai, l’aria contiene 302
diversi tipi di prodotti chimici (di cui 1/3 cancerogeni) e si
calcola che da 300 a 500 persone muoiano ogni anno a causa
della scarsa qualità dell’aria.
Negli Stati Uniti, l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente
stima che circa 60.000 persone muoiano ogni anno per problemi
respiratori causati all’emissione di polveri sottili, e una media di 14 persone
muoiano ogni giorno di asma aggravata dall’inquinamento dell’aria
- un aumento del 300%
rispetto a 20 anni fa. L'inquinamento ha diminuito la visibilità
addirittura del 70% in alcune zone del Paese, ed ha degradato
anche le zone più incontaminate: 1/3 della foschia
presente nel Grand Canyon è il risultato dell’inquinamento di
Los Angeles, come pure almeno 1/5 di quella del Parco Nazionale delle
Montagne Rocciose, nei giorni in cui l’aria è inquinata.
L’inquinamento atmosferico diventa evidente a livello locale
quando si trasforma in piogge acide. Man mano
che particelle inquinanti provenenti dalla combustione di
combustibili fossili reagiscono con la luce del sole, l'ossigeno e
l'umidità dell’atmosfera, si trasformano in nuovi composti: il
biossido di zolfo diventa acido solforico e l’ossido di azoto,
acido nitrico. Quando questi acidi, trasportati dall’aria,
cadono sulla terra sotto forma di precipitazioni, possono
uccidere i pesci nei laghi e nei torrenti, danneggiare foreste e
raccolti, corrodere i metalli.
In Europa, l’ONU ha stimato che circa 1/4 di tutte le foreste
sono state danneggiate dalle piogge acide, e in Gran Bretagna
almeno la metà. Secondo l’Agenzia Nazionale Cinese per la
Protezione dell'Ambiente, le piogge acide, generate
dalle emissioni della combustione del carbone, cadono su oltre il
40% del Paese: a causa dei danni che provoca ai terreni coltivati, il biossido di zolfo è conosciuto come "il
dio della morte trasportato dall’aria".
A livello globale, l'inquinamento prende due forme diverse -
l'assottigliamento dello strato di ozono e il riscaldamento globale- ognuna delle quali
comporta pericoli precisi e nuove sfide per gli uomini e l'ambiente.
L’assottigliamento
dello stato d’ozono è causato principalmente dall’emissione
di clorofluorocarburi, o CFC. Queste sostanze chimiche sono utilizzate di
solito come fluidi nei sistemi di condizionamento dell'aria,
propellenti per aerosol e solventi industriali; gli scienziati
sono convinti che anche un solo atomo di cloro liberato nell’atmosfera
possa distruggere oltre 10.000 atomi d’ozono.
Malgrado il fatto che accordi internazionali abbiano limitato l’uso
dei CFC
dopo il 1996, il rilascio di questi composti nell’atmosfera
continuerà per almeno altri 10 anni: alle nazioni in via di
sviluppo è stato infatti concesso d utilizzarli fino al 2005, mentre
le nazioni industrializzate hanno il permesso di produrre CFC per
esportarli a quei Paesi. Del resto, anche alcune sostanze chimiche usate come
sostituti dei CFC hanno degli effetti distruttivi ben conosciuti
nei confronti dell'ozono, e la loro produzione ha appena iniziato
a diminuire; inoltre, poiché i CFC possono probabilmente rimanere nell’atmosfera
dai 50 ai 100 anni, la distruzione dello strato di ozono continuerà
per molto tempo ancora dopo che la produzione del CFC sarà cessata.
A causa dell'assottigliamento dello strato d’ozono, molte più
radiazioni ultraviolette riescono a raggiungere la superficie della Terra, e gli scienziati
ritengono che ciò possa causare danni a piante, mammiferi, insetti
e uccelli; l’aumento dell’esposizione ai raggi
ultravioletti può anche danneggiare il sistema immunitario umano
ed ha un ben conosciuto effetto cancerogeno.
Secondo l’Agenzia Americana per la Protezione dell’Ambiente, la
degradazione dello strato d’ozono e la conseguente esposizione
ai raggi ultravioletti causeranno, nei soli Stati Uniti, 12 milioni
di casi di cancro alla pelle nei
prossimi 50 anni; più di 200.000 di quei casi risulteranno fatali.
Sono comunque il riscaldamento globale e il cambiamento climatico
a rappresentare il più serio pericolo ambientale causato dall’inquinamento umano. Nonostante
il fatto che i ritmi meteorologici mondiali non siano ben
conosciuti, è ormai chiaro
che la temperatura sta aumentando ovunque. I 10 anni più caldi
da quando si è iniziato a raccogliere i dati sulle temperature
sono tutti successivi al 1980, compreso l'anno più caldo mai
registrato, il 1998.
Le emissioni di anidride carbonica e la concentrazione nell'atmosfera di
gas che provocano l'effetto serra hanno raggiunto livelli record proprio in questo periodo, poiché
sempre più persone bruciano sempre più legna, carbone e
derivati del
petrolio.
Ma, mentre gli effetti complessivi delle attività umane sul clima
terrestre restano incerti, l’impatto negativo del
riscaldamento globale è invece ben chiaro: l’aumento del
livello del mare e disastri naturali come gli uragani minacciano
i cittadini fisicamente ed economicamente; ondate di caldo che
bruciano i raccolti, tempeste e inondazioni fuori stagione e
siccità mettono in pericolo gli individui, le comunità e la sicurezza alimentare. Se la Terra
continua a riscaldarsi e le calotte glaciali a sciogliersi, i livelli del mare
saliranno e minacceranno le comunità costiere (dove è concentrata una
grossa percentuale della popolazione mondiale) in tutto il mondo.
Attualmente, i 1.2 miliardi di abitanti dei paesi industrializzati
generano la maggior parte di emissioni di anidride carbonica, a causa
dello stile di vita consumistico che hanno scelto; ma i Paesi in via di sviluppo
contribuiscono già con oltre 1/3
del totale. Man mano che quei Paesi- dove avverrà la maggior parte della
crescita della popolazione nelle prossime decadi - si
svilupperanno, le loro emissioni aumenteranno in modo
significativo. Basandosi sui tassi di crescita prevedibili,
il Fondo per la Popolazione dell’ONU afferma che i Paesi in via
di sviluppo duplicheranno la loro emissione di monossido di
carbonio entro il 2025.
|
|
Ambiente
e salute
|
Le
città contengono minacce per la salute sconosciute agli
ambienti rurali; il principale è l'inquinamento dell’aria e dell’acqua,
causato dall'attività industriale, dai
trasporti e dagli scarichi domestici.
Nelle grandi
metropoli, le concentrazioni di polveri sottili rappresentano
un pericolo immediato per la salute: gli abitanti di Città del Messico e
São Paulo del Brasile, per esempio, sono afflitti da disturbi respiratori e
cardiovascolari causati dai livelli eccessivi di monossido di
carbonio, ozono e polveri sottili. A Città del Messico,
l'avvelenamento da
piombo causato dalle emissioni di automobili e camion è
considerato responsabile di ritardo dello sviluppo mentale di 140.000 bambini,
e dell’ipertensione di 46.000 adulti, di cui
330 muoiono ogni anno per infarto. Nel Cairo, le concentrazioni
di piombo nell’aria sono 5- 6 volte maggiori della media
mondiale, e il sangue dei bambini ha livelli di piombo da 3 a 5 volte più alti di quelli dei
bambini delle campagne egiziane.
Da
"Conditions Of Life In Urban Areas" - The State Of
World Population 1996, del Population Fund dell’ONU.
|
|
|
5.6
C'è
ancora tempo per agire
Salviamo
l'ambiente e l'economia
|
|
Ci
si aspetta che la popolazione mondiale cresca di 80 - 85 milioni
di persone ogni anno per almeno i prossimi 30 anni. Nello
stesso tempo, sempre più nazioni, e quindi miliardi di persone
in più, raggiungeranno più alti livelli di sviluppo economico, di produzione
e consumi. Ciò provocherà, a sua volta, un aumento
significativo dell’uso di
risorse naturali ed energia. Naturalmente, tutte le nazioni e i
loro abitanti hanno il diritto di migliorare il loro livello di
vita, ma, se le attuali tendenze continuano, il danno all’ambiente
sicuramente aumenterà ed accelererà.
|
|

Elefanti a Etosha National Park - Namibia.
Una corretta e intelligente
salvaguardia dell'ambiente naturale costituisce
un'ottima fonte di reddito
per le popolazioni locali. Investire sui parchi naturali e sul
turismo
ecologicamente compatibile rappresenta una scelta
vincente
per qualsiasi governo preoccupato del futuro delle nuove
generazioni.
(Foto di N. Galante)
|
|
|
La
buona notizia è che possiamo proteggere il nostro mondo e la
nostra sicurezza. Ma per fare ciò dobbiamo stabilizzare la
popolazione, sviluppare sistemi
energetici rinnovabili e non inquinanti e adottare tecnologie e
pratiche produttive sostenibili. Questi traguardi non sono ne' difficili da
un punto di vista tecnico ne' particolarmente costosi: potremmo fare tutto
ciò con molto meno sforzo e denaro di quello che attualmente il
mondo spende in armi e guerre e creando, nel processo,
un'economia forte e sostenibile.
Ma, per poter
raggiungere questo obbiettivo, dobbiamo definire e condividere la
visione di un futuro positivo, sicuro e sano, ma, soprattutto,
dobbiamo lavorare insieme per crearlo. |
|

Cervi di Roosevelt a Yellowstone National Park (USA)
(foto
di N. Galante)
|
|
|
|